Simbologia di un numero: l'otto. Cifra palindroma, chiusa fin dalla sua forma. Da qualsiasi punto tu faccia partire la penna, ti ritroverai nella condizione di poterla ricalcare all'infinito facendo sempre il medesimo movimento. Se la distendi, diventa per l'appunto un simbolo di infinito, o magari il disegno di una pista per macchine telecomandate, che una volta andavano tanto e adesso chi se le ricorda più.
L'otto inteso come data di marzo ha resistito nel tempo più del giocattolo, per fortuna, anche se le sfumature di quel che è stato nel tempo la ricorrenza ora si scorgono appena. Adesso è una festa dei fiorai oppure un modo come un altro per non far sforzare gli autori televisivi sul tema della giornata da far sviluppare a Sposini o alla D'Urso (avessi detto Corrado), tranne che per i pochi che si ricordano perché, alla base di tutto, si è deciso un giorno di celebrare l'otto marzo.
E' solo un caso, ma il numero è perfetto per la giornata, visto da questa parte della barricata (quella maschile). L'otto è una specie di abbraccio mutuato dal disegno dei numeri, qualcosa che ti avvolge come un profumo a Primavera, annunciando il solstizio in anticipo. L'otto, indice di fortuna al gioco se gli si toglie un apostrofo, è quel che divide gioia e tristezza, che si abbia o no la possibilità di baciare una donna appena svegli. L'otto di marzo è l'otto di marzo, ma è una giornata che non nasce con un sole diverso da quello del sette o del nove, almeno se lo s'intende come un maggior rispetto da portare alla categoria. Io lo porto da sempre e le donne sempre me ne portano (quelle a cui mi rivolgo, s'intende). E' un giorno in più in cui vado a cercare l'abbraccio simboleggiato da quel numero, perché non potrei proprio fare senza. Donne, auguri.
Punti orizzontali
Il marciapiede è lungo a terminare. Fermo, dall'orizzonte infinito, soprattutto quando non passa nessuno e al buio il punto più distante non riesci nemmeno a capire cosa sia. Dal mio pezzo di muro in Ripamonti, sigaretta tra le mani, i punti visibili sono due, orizzontali a differenza di quelli che si mettono in una frase. Fossero da punteggiatura, infatti, sarebbero una pausa tra una parte e l'altra di un periodo e invece sono uno di fianco all'altro e sanno tanto di "a capo, lettera maiuscola", come insegnavano alle elementari.
Sono punti in movimento costante, tranquilli pur se in moto, due onde che si camminano al fianco mirando alla stessa riva, sperando che il vento li trascini per inerzia alla stessa meta. Ci sono teste basse verso il terreno che si alzano di fretta a fissare il cielo e c'è un bisbigliare di sottofondo con annessi sorrisi e braccia che si muovono attorno al collo. C'è tanto di nuovo e salutare. C'è un amico felice.
Sono punti in movimento costante, tranquilli pur se in moto, due onde che si camminano al fianco mirando alla stessa riva, sperando che il vento li trascini per inerzia alla stessa meta. Ci sono teste basse verso il terreno che si alzano di fretta a fissare il cielo e c'è un bisbigliare di sottofondo con annessi sorrisi e braccia che si muovono attorno al collo. C'è tanto di nuovo e salutare. C'è un amico felice.
Ronaldo
Ricordo ancora e mai potrò dimenticare, l'estate e poi l'autunno del '97. Era il mio primo anno da tifoso "praticante", di quelli che una domenica sì e una no imboccano l'autostrada in direzione San Siro. Ricordo bene quell'urlo crescente della folla, udibile anche tra i disgraziati del primo anello verde (quelli che quando c'è il derby non vedono che nebbia e residui di coreografia per i primi cinque minuti di partita) rivolto al ragazzone dai denti in vista lanciato in progressione. Uno slalomista senza gli sci, in grado di superare le leggi della fisica che di malavoglia studiavo all'epoca, liceale poco convinto e futuro seguace del calcio come professione collaterale, penna in mano e pallone ai piedi di altri.
Quanto l'ho amato quel 10 nerazzurro. Dal primo giorno al Meazza, attorniato da una folla di bimbi festanti per una semplice amichevole di metà luglio, poco dopo essersi affacciato dal balcone della sede in via Durini come un Papa all'Angelus. Ho tutto in mente: il gol annullato in casa contro il Brescia, il dribbling a Bologna contro Paganin, il gol alla Fiorentina, quello al Parma su punizione e via discorrendo uno dietro l'altro. Non c'è stato mai nessuno, sulla singola stagione, in grado di scatenare quella sensazione di onnipotenza calcistica che Ronaldo sprigionò ormai tredici anni fa, all'apice di una carriera che lo ha visto vincere tanto, molto meno di quanto avrebbe potuto. La fama, le donne (troppe), la finale del Mondiale a Saint Denis di cui ancora oggi ho il sospetto di saperne ben poco hanno contribuito a farne un giocatore in declino, sorretto per anni da una classe immensa pur senza la brillantezza della prima versione.
Non esiste Ibrahimovic, Eto'o o Messi che tenga, forse perché l'argentino a Milano è passato due volte in una stagione senza lasciare traccia. Quello che, come da ritaglio di giornale d'annata, veniva definito un calciatore con "fisico da boxeur e piedi da Fred Astaire", è stato semplicemente il più grande degli ultimi quindici anni, solo perché i ricordi più in là nel tempo sono troppo sfocati per essere considerabili.
Anche nel tradimento, l'amore sportivo per chi ci ha fatto piangere conserva un angolo solitario ed eterno di riconoscenza.
Una lacrima è per te, Fenomeno. Grazie.
Quanto l'ho amato quel 10 nerazzurro. Dal primo giorno al Meazza, attorniato da una folla di bimbi festanti per una semplice amichevole di metà luglio, poco dopo essersi affacciato dal balcone della sede in via Durini come un Papa all'Angelus. Ho tutto in mente: il gol annullato in casa contro il Brescia, il dribbling a Bologna contro Paganin, il gol alla Fiorentina, quello al Parma su punizione e via discorrendo uno dietro l'altro. Non c'è stato mai nessuno, sulla singola stagione, in grado di scatenare quella sensazione di onnipotenza calcistica che Ronaldo sprigionò ormai tredici anni fa, all'apice di una carriera che lo ha visto vincere tanto, molto meno di quanto avrebbe potuto. La fama, le donne (troppe), la finale del Mondiale a Saint Denis di cui ancora oggi ho il sospetto di saperne ben poco hanno contribuito a farne un giocatore in declino, sorretto per anni da una classe immensa pur senza la brillantezza della prima versione.
Non esiste Ibrahimovic, Eto'o o Messi che tenga, forse perché l'argentino a Milano è passato due volte in una stagione senza lasciare traccia. Quello che, come da ritaglio di giornale d'annata, veniva definito un calciatore con "fisico da boxeur e piedi da Fred Astaire", è stato semplicemente il più grande degli ultimi quindici anni, solo perché i ricordi più in là nel tempo sono troppo sfocati per essere considerabili.
Anche nel tradimento, l'amore sportivo per chi ci ha fatto piangere conserva un angolo solitario ed eterno di riconoscenza.
Una lacrima è per te, Fenomeno. Grazie.
Buon compleanno
Trentundì...
E' passato veloce, questo tempo di brezze in mezzo alle stagioni portanti. Ho vinto, ho vinto io. Mi sento come se avessi scalato l'Everest a mani nude senza passare per la scocciatura delle precauzioni. Ho sorvolato le atmosfere più disparate sdraiato a pancia in su, steso su aquiloni dal movimento impazzito, scottato dai soli e bagnato dalle piogge. Non sono mai sceso sotto il livello di un'altezza ragionevole, perché per le vette che dovevo toccare servivano sogni infantili, proprio quelli che fanno volteggiare gli aquiloni. Ho pensato che non potevo scendere, avrei perso per strada troppe incertezze, e con le certezze si vive bene ma non si scrive nulla di interessante. C'è tanto bisogno di rimanere a mezz'aria quando ti rendi conto di aver spiccato il volo. Per me, che da anni osservo dall'alto della penna tutto quello che accade ad altezza d'uomo, tornare a camminare con gli altri non è più possibile e non ho nemmeno paura di scendere un attimo se promettete di riportarmi quassù.
Ho solo il timore che i tuoi occhi nascondano il vuoto che c'è attaccato alla corda dell'aquilone, ma per quello basta buttarsi con le mani in avanti e con l'esperienza delle ginocchia sbucciate so cosa vuol dire cadere nel baratro di un giorno d'esilio e ritrovarsi una notte da Campione d'Europa.
Io l'ho vista così...
MILANO 21/04/2010 - Ne è passato di tempo dal novembre scorso. Da quel 2-0 subito in terra catalana, protagoniste le stesse squadre, con un’Inter arrendevole e umiliata dal Barça. Aprile, la primavera, hanno trasformato i nerazzurri in un’armata ostica anche per i campioni d’Europa, sconfitti 3-1 nella semifinale d’andata di Champions’ League. È la vittoria del coraggio, percepito fin dall’ingresso in campo. Mourinho intende giocarsela, anche a costo di subire il tanto temuto gol in trasferta. Insiste sul 4-2-3-1, con Eto’o e Pandev molto larghi a protezione delle fasce. Soprattutto al macedone viene chiesto un grande lavoro di copertura su Dani Alves, vero corrispettivo di Maicon in maglia blaugrana. Sneijder chiude su Xavi, Milito “balla” tra i centrali, ma su una palla persa da Lucio la retroguardia si trova scoperta a sinistra, dove l’ex Maxwell confeziona cavalcata e assist per l’accorrente Pedro.
REAZIONE
Sfortuna vuole che Milito prosiegua nel suo digiuno in area di rigore (due le occasioni sprecate), in compenso il lavoro di sponda è ancora valido e Sneijder ha il piede più caldo davanti a Valdes. Le due difese hanno un bel daffare: Ibra fa a sportellate con tutti e Messi trottola fra le linee, dall’altra parte il trio d’attacco scambia spesso le posizioni e per Guardiola il comportamento difensivo dei suoi diventa un rebus. L’Inter spende tanto, toglie l’aria ai palleggiatori ospiti e quando Pandev trova un varco in verticale, la coppia Milito-Maicon confeziona il sorpasso.
TRIONFO
Il tanto criticato Julio Cesar riveste i galloni del campione prima su Messi e poi su Busquets, quando i campioni d’Europa dimostrano di poter colpire anche su calcio piazzato. Il problema del Barcellona è che deve scoprirsi e né Puyol, né Piqué sembrano in serata di grazia, mentre in casa nerazzurra raccolgono i frutti del mercato estivo al 62’: grande intervento sulla trequarti di Motta e rete di Milito sugli sviluppi dell’azione. Guardiola toglie allora un insufficiente Ibra per inserire un difensore (Abidal), mentre Mourinho ha già perso Pandev per infortunio prima del 3-1. Stessa sorte tocca a Maicon e al tecnico portoghese tocca rimandare l’inserimento di Balotelli. C’è da soffrire nel finale e al ritorno Stankovic sarà squalificato, mentre il neo entrato azzurrino litiga di brutto con il pubblico. Piccole note stonate, in uno spartito meraviglioso.
REAZIONE
Sfortuna vuole che Milito prosiegua nel suo digiuno in area di rigore (due le occasioni sprecate), in compenso il lavoro di sponda è ancora valido e Sneijder ha il piede più caldo davanti a Valdes. Le due difese hanno un bel daffare: Ibra fa a sportellate con tutti e Messi trottola fra le linee, dall’altra parte il trio d’attacco scambia spesso le posizioni e per Guardiola il comportamento difensivo dei suoi diventa un rebus. L’Inter spende tanto, toglie l’aria ai palleggiatori ospiti e quando Pandev trova un varco in verticale, la coppia Milito-Maicon confeziona il sorpasso.
TRIONFO
Il tanto criticato Julio Cesar riveste i galloni del campione prima su Messi e poi su Busquets, quando i campioni d’Europa dimostrano di poter colpire anche su calcio piazzato. Il problema del Barcellona è che deve scoprirsi e né Puyol, né Piqué sembrano in serata di grazia, mentre in casa nerazzurra raccolgono i frutti del mercato estivo al 62’: grande intervento sulla trequarti di Motta e rete di Milito sugli sviluppi dell’azione. Guardiola toglie allora un insufficiente Ibra per inserire un difensore (Abidal), mentre Mourinho ha già perso Pandev per infortunio prima del 3-1. Stessa sorte tocca a Maicon e al tecnico portoghese tocca rimandare l’inserimento di Balotelli. C’è da soffrire nel finale e al ritorno Stankovic sarà squalificato, mentre il neo entrato azzurrino litiga di brutto con il pubblico. Piccole note stonate, in uno spartito meraviglioso.
Manette
Cari interisti vi scrivo, così mi distraggo un po'. Facile a dirsi, con 48 ore di attesa per Inter-Chelsea. La immaginavo differente, questa anti-vigilia. A due giorni da una gara di fondamentale importanza, constato infatti con un certo dispiacere che ci si ritrova a parlare di tutto, tranne che degli ottavi di finale di Champions' League. Me ne dispiaccio, perché qui ci si gioca tanto della nostra stagione e fino a poco tempo fa la squadra era davvero in condizioni di poter battere chiunque. Non posso dire lo stesso ora, soprattutto a livello psicologico: Santon a parte, fisicamente ci siamo tutti ed è già una buona notizia, mentalmente la questione andrà verificata in corso d'opera e non è escluso che quanto accaduto sabato sera possa influenzare le sorti della gara di mercoledì.
Premessa lunga, ma necessaria, per arrivare al nocciolo della questione: ci possiamo scherzare su, possiamo divertirci quanto ci pare, ma quanto accaduto non ci giova nella maniera più assoluta. C'è poco da dire, signori, sull'operato di Tagliavento. Le decisioni, anche quelle sulle quali possiamo discutere, sono opinabili ma non campate per aria. Vogliamo dire che il secondo giallo a Cordoba si poteva risparmiare, dato che il colombiano tira indietro la gamba un attimo prima? Diciamolo, ma aggiungiamo che lo fa tardi e che non ci si deve buttare a capofitto sull'avversario mentre si è in dieci e già ammoniti (per essere usciti un'ora prima dalla barriera su una punizione, ovvero il più stupido dei gialli). Aggiungiamo anche il metro diverso di giudizio tra i casi Eto'o e Pozzi, o il fatto che la fiscalità non è stata utilizzata in ugual maniera su altri campi, in ogni caso stiamo sviando dal problema. Il nocciolo, a mio avviso, è che la squadra deve capire quando è il momento di calmarsi e chi sta in panchina ha il dovere di fare lo stesso.
Adoro l'impatto mediatico che Mourinho ha avuto sul nostro calcio e sono convinto che nessuno negli ultimi anni abbia saputo dare alla squadra un volto così simile al proprio modo di intendere il calcio. Non nascondo che sabato sera mi sono esaltato alla grande, vedendo la squadra giocarsela con due elementi in meno e rischiare di portare a casa i tre punti, però al momento ci ritroviamo con quattro squalificati, due dei quali per comportamenti al di fuori del rettangolo di gioco, con un solo centrale di ruolo per Udine e due avversarie in netta rimonta. Siamo i più forti, dobbiamo soltanto dimostrarlo. Con le armi a nostra disposizione non dovrebbe essere difficile, almeno in Italia, ma questo non vuol dire che dobbiamo gareggiare monchi per far capire quanto siamo superiori.
In Europa, poi, tale superiorità non l'abbiamo ancora espressa e saremmo potuti arrivare all'appuntamento senza manette o scenate simili, perché obiettivamente avevamo e abbiamo cose più importanti alle quali pensare e non è poi tanto credibile che uno faccia un gesto del genere guardando l'arbitro per dirgli che "vincerebbe anche con le mai legate". Tutti noi abbiamo pensato ad altro ed è esattamente questo il motivo della squalifica. Dobbiamo calmarci, ragazzi. Calmarci e guardare al resto della stagione con la consapevolezza di poter vincere senza passare per l'avanspettacolo. Quello ce lo possiamo tenere per le conferenze stampa, che ci divertono tanto, senza doverosamente trascinarlo in campo.
Premessa lunga, ma necessaria, per arrivare al nocciolo della questione: ci possiamo scherzare su, possiamo divertirci quanto ci pare, ma quanto accaduto non ci giova nella maniera più assoluta. C'è poco da dire, signori, sull'operato di Tagliavento. Le decisioni, anche quelle sulle quali possiamo discutere, sono opinabili ma non campate per aria. Vogliamo dire che il secondo giallo a Cordoba si poteva risparmiare, dato che il colombiano tira indietro la gamba un attimo prima? Diciamolo, ma aggiungiamo che lo fa tardi e che non ci si deve buttare a capofitto sull'avversario mentre si è in dieci e già ammoniti (per essere usciti un'ora prima dalla barriera su una punizione, ovvero il più stupido dei gialli). Aggiungiamo anche il metro diverso di giudizio tra i casi Eto'o e Pozzi, o il fatto che la fiscalità non è stata utilizzata in ugual maniera su altri campi, in ogni caso stiamo sviando dal problema. Il nocciolo, a mio avviso, è che la squadra deve capire quando è il momento di calmarsi e chi sta in panchina ha il dovere di fare lo stesso.
Adoro l'impatto mediatico che Mourinho ha avuto sul nostro calcio e sono convinto che nessuno negli ultimi anni abbia saputo dare alla squadra un volto così simile al proprio modo di intendere il calcio. Non nascondo che sabato sera mi sono esaltato alla grande, vedendo la squadra giocarsela con due elementi in meno e rischiare di portare a casa i tre punti, però al momento ci ritroviamo con quattro squalificati, due dei quali per comportamenti al di fuori del rettangolo di gioco, con un solo centrale di ruolo per Udine e due avversarie in netta rimonta. Siamo i più forti, dobbiamo soltanto dimostrarlo. Con le armi a nostra disposizione non dovrebbe essere difficile, almeno in Italia, ma questo non vuol dire che dobbiamo gareggiare monchi per far capire quanto siamo superiori.
In Europa, poi, tale superiorità non l'abbiamo ancora espressa e saremmo potuti arrivare all'appuntamento senza manette o scenate simili, perché obiettivamente avevamo e abbiamo cose più importanti alle quali pensare e non è poi tanto credibile che uno faccia un gesto del genere guardando l'arbitro per dirgli che "vincerebbe anche con le mai legate". Tutti noi abbiamo pensato ad altro ed è esattamente questo il motivo della squalifica. Dobbiamo calmarci, ragazzi. Calmarci e guardare al resto della stagione con la consapevolezza di poter vincere senza passare per l'avanspettacolo. Quello ce lo possiamo tenere per le conferenze stampa, che ci divertono tanto, senza doverosamente trascinarlo in campo.
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