L'ultima puntata di Annozero è stata un toccasana. Confesso candidamente di non vivere il periodo migliore della mia vita. Tornare sulla terra dopo aver vissuto tra le stelle, vedi l'anno concluso sei mesi fa, è un esercizio da esperti trapezisti, quel che non si può essere a ventotto anni. Non in questo paese, nel quale ciò che ci si costruisce da solo è sempre troppo poco per sentirsi in piedi su una base solida. Costruire quotidianamente il proprio entusiasmo è l'unico modo per guardare al futuro a testa alta e con il sorriso stampato sulle labbra in misura percentualmente maggiore rispetto allo sguardo triste. Si fa fatica a trovare una logica nello scorrere del tempo, nell'avanzare degli anni, quando la società ha un invecchiamento direttamente proporzionale al tuo. E' un processo che dovrebbe essere diametralmente opposto, io invecchio e il mondo migliora, ma non c'è nulla di così matematico nel vivere la propria vita.
Eppure, guardando chi si reinventa dopo aver fatto trent'anni su piazza, pur sapendo quanto può essere semplice farlo con una determinata buonuscita, aiuta a farlo a propria volta. Aiuta a concentrarsi sull'obiettivo costante, che non può ma deve essere una lotta seria contro la noia dello stare assieme a se stessi, al proprio lavoro e alla voglia di chi sta sopra di te di non renderti indietro una gioia neanche costretto con la forza. La risposta è sempre reagire ed ha un che di miracoloso scoprirlo guardando la vituperata tv di oggi.
Un'ultima riflessione: chi ha detto che la rabbia scalda i cuori ma non risolve i problemi non ha mai visto parlare il ministro Brunetta. E' la rabbia la spia che annuncia la presenza di un'anomalia, trovare la soluzione è la logica conseguenza.
Il primo maggio di un giovane lavoratore
La sveglia segna le dieci e trenta e io sto guardando l'orologio direttamente dal letto. Può significare soltanto una cosa: oggi è il primo di maggio. La seconda visione che ho dopo la sveglia sei tu, nuda al mio fianco. Abbiamo fatto l'amore sapendo che oggi non avremmo pagato dazio alla stanchezza, tanto chi ci schioda da qui. Oggi è festa, la nostra. È l'unico giorno dell'anno in cui oltre a sognare realizziamo, andiamo più in là del malsano vivere quotidiano dietro cui ci trasciniamo per darci un avvenire e darlo ai nostri futuri figli, se e quando ne avremo. Tu dormi, tranquilla. Fallo pure oggi, perché da domani non potrai più per un altro anno ancora. Fallo perché mi permetti di guardarti mentre sogniamo insieme, tu ad occhi chiusi ed io da sveglio. Sei una meraviglia e questo aumenta il mio rammarico per la vita che ancora non sono riuscito a darti. Mio dio, quanto ti amo. Eppure non riesco a fornirti qualcosa oltre alla felicità di stare insieme, una stabilità per stracciare il contratto d'affitto e comprare una casa tutta nostra, mettere su famiglia, sentirci sereni nel nostro equilibrio e non dover regalare giornate alla tristezza pensando a come arriveremo alla fine del mese. Sbaglio io, a riflettere adesso su tutto questo, perché oggi è il primo giorno di maggio, l'ultimo che ho prima di altri 365 per poter sognare di stare ogni giorno a guardarti serena mentre dormi. Piacerebbe anche a te osservarti da qui, mentre conservi sulle labbra un mezzo sorriso, quasi sapessi seppur non desta che giorno è oggi. Non ti bacerò come ogni mattina per svegliarti, lascerò che quell'espressione di gioia si apra alla luce. Perché oggi è il primo di maggio. C'è bisogno di aprire gli occhi con un sorriso.
Pastarito
Ingredienti per essere un buon osservatore. Per cominciare un sottofondo come si deve, d'autore, che stimoli il tuo senso romantico, magari non troppo legato ad un ricordo passato. Un po' di vino, birra all'occorenza, anche se la seconda è più da compagnia che da meditazione. Una mente aperta allo sguardo e che conosca la vergogna fino ad un certo punto. Guardare di nascosto è un'arte, ancor di più se si osserva il bello o l'interessante. La vittoria sta nel non farsi pizzicare dall'osservata (ebbene sì, è una ragazza) mentre sorridi del suo vestitino bianco e della maglia grigia sulle spalle o dei suoi denti storti che ne rendono umano il sorriso e l'aspetto. Con un bel "chi se ne importa" se è tua o di chi le sta di fronte e le tiene la mano sul tavolo. In fondo, ad un buon osservatore, basta immaginarla propria per cinque minuti, alzare lo sguardo e fantasticare su un ipotetico, folle svolgimento della serata: andare al suo tavolo, darle il foglietto sul quale hai scritto e dirle dolcemente, "Questa è per te".
Mosaico
Eppure non pensavo sarebbe stato così. Quando anni fa, in un tempo indefinito e lontano, decisi che non mi bastava quel che avevo, pensai che era il caso di guardarmi intorno e cercare ovunque la risposta a quel che sentivo mancare. Il problema vero, allora come oggi, era che a non esserci era l'oggetto stesso del quesito. Guardandomi allo specchio non mi sono chiesto dove volevo andare a parare, sono uscito e basta. Ho fatto giravolte, capriole, ho passato ogni attimo a pensare come avrei potuto occupare il prossimo e non ho trovato quel che più mi sarebbe dovuto stare a cuore: la stabilità. Chiunque, nell'elite dei felici, ne ha una parte con se alla quale potersi appoggiare.
Non di solo girovagare vive l'uomo, anche se è sempre meglio un dio vagabondo di un profeta casalingo, ed è forse per questo che sento un senso di incompiuto attorno a me. Ho bisogno di guardare la foto di Garrincha, immaginandone il volo senza riflettere troppo sulla caduta. Voglio libertà, di pensiero e movimento, libertà dalla pigrizia che mi attanaglia quando devo puntare le ore che passano, come "Mano" guardava all'avversario di turno e lo schivava mandando avanti la gamba più corta e poi la più lunga.
Al termine della notte, quando tutti i ragionamenti giungono al pettine o allo spazzolino da denti, l'acqua che scorre e porta via i residui dal fondo del lavabo ha ancora un colore chiaro e trasparente, anche se lievemente intriso di sporcizia. Questo significa che la base c'è e si è formata su fondamenta variegate e solide: gli amici, le mie passioni, gli sporadici sorrisi che ne generano altri in sequenza. Manca solo quel tassello in grado di completare il mosaico.Prima di volare, come la Garrincha, senza la fine che si deve alle leggende a cui hanno tarpato le ali.
Non di solo girovagare vive l'uomo, anche se è sempre meglio un dio vagabondo di un profeta casalingo, ed è forse per questo che sento un senso di incompiuto attorno a me. Ho bisogno di guardare la foto di Garrincha, immaginandone il volo senza riflettere troppo sulla caduta. Voglio libertà, di pensiero e movimento, libertà dalla pigrizia che mi attanaglia quando devo puntare le ore che passano, come "Mano" guardava all'avversario di turno e lo schivava mandando avanti la gamba più corta e poi la più lunga.
Al termine della notte, quando tutti i ragionamenti giungono al pettine o allo spazzolino da denti, l'acqua che scorre e porta via i residui dal fondo del lavabo ha ancora un colore chiaro e trasparente, anche se lievemente intriso di sporcizia. Questo significa che la base c'è e si è formata su fondamenta variegate e solide: gli amici, le mie passioni, gli sporadici sorrisi che ne generano altri in sequenza. Manca solo quel tassello in grado di completare il mosaico.Prima di volare, come la Garrincha, senza la fine che si deve alle leggende a cui hanno tarpato le ali.
L'abbraccio dell'8
Simbologia di un numero: l'otto. Cifra palindroma, chiusa fin dalla sua forma. Da qualsiasi punto tu faccia partire la penna, ti ritroverai nella condizione di poterla ricalcare all'infinito facendo sempre il medesimo movimento. Se la distendi, diventa per l'appunto un simbolo di infinito, o magari il disegno di una pista per macchine telecomandate, che una volta andavano tanto e adesso chi se le ricorda più.
L'otto inteso come data di marzo ha resistito nel tempo più del giocattolo, per fortuna, anche se le sfumature di quel che è stato nel tempo la ricorrenza ora si scorgono appena. Adesso è una festa dei fiorai oppure un modo come un altro per non far sforzare gli autori televisivi sul tema della giornata da far sviluppare a Sposini o alla D'Urso (avessi detto Corrado), tranne che per i pochi che si ricordano perché, alla base di tutto, si è deciso un giorno di celebrare l'otto marzo.
E' solo un caso, ma il numero è perfetto per la giornata, visto da questa parte della barricata (quella maschile). L'otto è una specie di abbraccio mutuato dal disegno dei numeri, qualcosa che ti avvolge come un profumo a Primavera, annunciando il solstizio in anticipo. L'otto, indice di fortuna al gioco se gli si toglie un apostrofo, è quel che divide gioia e tristezza, che si abbia o no la possibilità di baciare una donna appena svegli. L'otto di marzo è l'otto di marzo, ma è una giornata che non nasce con un sole diverso da quello del sette o del nove, almeno se lo s'intende come un maggior rispetto da portare alla categoria. Io lo porto da sempre e le donne sempre me ne portano (quelle a cui mi rivolgo, s'intende). E' un giorno in più in cui vado a cercare l'abbraccio simboleggiato da quel numero, perché non potrei proprio fare senza. Donne, auguri.
L'otto inteso come data di marzo ha resistito nel tempo più del giocattolo, per fortuna, anche se le sfumature di quel che è stato nel tempo la ricorrenza ora si scorgono appena. Adesso è una festa dei fiorai oppure un modo come un altro per non far sforzare gli autori televisivi sul tema della giornata da far sviluppare a Sposini o alla D'Urso (avessi detto Corrado), tranne che per i pochi che si ricordano perché, alla base di tutto, si è deciso un giorno di celebrare l'otto marzo.
E' solo un caso, ma il numero è perfetto per la giornata, visto da questa parte della barricata (quella maschile). L'otto è una specie di abbraccio mutuato dal disegno dei numeri, qualcosa che ti avvolge come un profumo a Primavera, annunciando il solstizio in anticipo. L'otto, indice di fortuna al gioco se gli si toglie un apostrofo, è quel che divide gioia e tristezza, che si abbia o no la possibilità di baciare una donna appena svegli. L'otto di marzo è l'otto di marzo, ma è una giornata che non nasce con un sole diverso da quello del sette o del nove, almeno se lo s'intende come un maggior rispetto da portare alla categoria. Io lo porto da sempre e le donne sempre me ne portano (quelle a cui mi rivolgo, s'intende). E' un giorno in più in cui vado a cercare l'abbraccio simboleggiato da quel numero, perché non potrei proprio fare senza. Donne, auguri.
Punti orizzontali
Il marciapiede è lungo a terminare. Fermo, dall'orizzonte infinito, soprattutto quando non passa nessuno e al buio il punto più distante non riesci nemmeno a capire cosa sia. Dal mio pezzo di muro in Ripamonti, sigaretta tra le mani, i punti visibili sono due, orizzontali a differenza di quelli che si mettono in una frase. Fossero da punteggiatura, infatti, sarebbero una pausa tra una parte e l'altra di un periodo e invece sono uno di fianco all'altro e sanno tanto di "a capo, lettera maiuscola", come insegnavano alle elementari.
Sono punti in movimento costante, tranquilli pur se in moto, due onde che si camminano al fianco mirando alla stessa riva, sperando che il vento li trascini per inerzia alla stessa meta. Ci sono teste basse verso il terreno che si alzano di fretta a fissare il cielo e c'è un bisbigliare di sottofondo con annessi sorrisi e braccia che si muovono attorno al collo. C'è tanto di nuovo e salutare. C'è un amico felice.
Sono punti in movimento costante, tranquilli pur se in moto, due onde che si camminano al fianco mirando alla stessa riva, sperando che il vento li trascini per inerzia alla stessa meta. Ci sono teste basse verso il terreno che si alzano di fretta a fissare il cielo e c'è un bisbigliare di sottofondo con annessi sorrisi e braccia che si muovono attorno al collo. C'è tanto di nuovo e salutare. C'è un amico felice.
Ronaldo
Ricordo ancora e mai potrò dimenticare, l'estate e poi l'autunno del '97. Era il mio primo anno da tifoso "praticante", di quelli che una domenica sì e una no imboccano l'autostrada in direzione San Siro. Ricordo bene quell'urlo crescente della folla, udibile anche tra i disgraziati del primo anello verde (quelli che quando c'è il derby non vedono che nebbia e residui di coreografia per i primi cinque minuti di partita) rivolto al ragazzone dai denti in vista lanciato in progressione. Uno slalomista senza gli sci, in grado di superare le leggi della fisica che di malavoglia studiavo all'epoca, liceale poco convinto e futuro seguace del calcio come professione collaterale, penna in mano e pallone ai piedi di altri.
Quanto l'ho amato quel 10 nerazzurro. Dal primo giorno al Meazza, attorniato da una folla di bimbi festanti per una semplice amichevole di metà luglio, poco dopo essersi affacciato dal balcone della sede in via Durini come un Papa all'Angelus. Ho tutto in mente: il gol annullato in casa contro il Brescia, il dribbling a Bologna contro Paganin, il gol alla Fiorentina, quello al Parma su punizione e via discorrendo uno dietro l'altro. Non c'è stato mai nessuno, sulla singola stagione, in grado di scatenare quella sensazione di onnipotenza calcistica che Ronaldo sprigionò ormai tredici anni fa, all'apice di una carriera che lo ha visto vincere tanto, molto meno di quanto avrebbe potuto. La fama, le donne (troppe), la finale del Mondiale a Saint Denis di cui ancora oggi ho il sospetto di saperne ben poco hanno contribuito a farne un giocatore in declino, sorretto per anni da una classe immensa pur senza la brillantezza della prima versione.
Non esiste Ibrahimovic, Eto'o o Messi che tenga, forse perché l'argentino a Milano è passato due volte in una stagione senza lasciare traccia. Quello che, come da ritaglio di giornale d'annata, veniva definito un calciatore con "fisico da boxeur e piedi da Fred Astaire", è stato semplicemente il più grande degli ultimi quindici anni, solo perché i ricordi più in là nel tempo sono troppo sfocati per essere considerabili.
Anche nel tradimento, l'amore sportivo per chi ci ha fatto piangere conserva un angolo solitario ed eterno di riconoscenza.
Una lacrima è per te, Fenomeno. Grazie.
Quanto l'ho amato quel 10 nerazzurro. Dal primo giorno al Meazza, attorniato da una folla di bimbi festanti per una semplice amichevole di metà luglio, poco dopo essersi affacciato dal balcone della sede in via Durini come un Papa all'Angelus. Ho tutto in mente: il gol annullato in casa contro il Brescia, il dribbling a Bologna contro Paganin, il gol alla Fiorentina, quello al Parma su punizione e via discorrendo uno dietro l'altro. Non c'è stato mai nessuno, sulla singola stagione, in grado di scatenare quella sensazione di onnipotenza calcistica che Ronaldo sprigionò ormai tredici anni fa, all'apice di una carriera che lo ha visto vincere tanto, molto meno di quanto avrebbe potuto. La fama, le donne (troppe), la finale del Mondiale a Saint Denis di cui ancora oggi ho il sospetto di saperne ben poco hanno contribuito a farne un giocatore in declino, sorretto per anni da una classe immensa pur senza la brillantezza della prima versione.
Non esiste Ibrahimovic, Eto'o o Messi che tenga, forse perché l'argentino a Milano è passato due volte in una stagione senza lasciare traccia. Quello che, come da ritaglio di giornale d'annata, veniva definito un calciatore con "fisico da boxeur e piedi da Fred Astaire", è stato semplicemente il più grande degli ultimi quindici anni, solo perché i ricordi più in là nel tempo sono troppo sfocati per essere considerabili.
Anche nel tradimento, l'amore sportivo per chi ci ha fatto piangere conserva un angolo solitario ed eterno di riconoscenza.
Una lacrima è per te, Fenomeno. Grazie.
Buon compleanno
Trentundì...
E' passato veloce, questo tempo di brezze in mezzo alle stagioni portanti. Ho vinto, ho vinto io. Mi sento come se avessi scalato l'Everest a mani nude senza passare per la scocciatura delle precauzioni. Ho sorvolato le atmosfere più disparate sdraiato a pancia in su, steso su aquiloni dal movimento impazzito, scottato dai soli e bagnato dalle piogge. Non sono mai sceso sotto il livello di un'altezza ragionevole, perché per le vette che dovevo toccare servivano sogni infantili, proprio quelli che fanno volteggiare gli aquiloni. Ho pensato che non potevo scendere, avrei perso per strada troppe incertezze, e con le certezze si vive bene ma non si scrive nulla di interessante. C'è tanto bisogno di rimanere a mezz'aria quando ti rendi conto di aver spiccato il volo. Per me, che da anni osservo dall'alto della penna tutto quello che accade ad altezza d'uomo, tornare a camminare con gli altri non è più possibile e non ho nemmeno paura di scendere un attimo se promettete di riportarmi quassù.
Ho solo il timore che i tuoi occhi nascondano il vuoto che c'è attaccato alla corda dell'aquilone, ma per quello basta buttarsi con le mani in avanti e con l'esperienza delle ginocchia sbucciate so cosa vuol dire cadere nel baratro di un giorno d'esilio e ritrovarsi una notte da Campione d'Europa.
Io l'ho vista così...
MILANO 21/04/2010 - Ne è passato di tempo dal novembre scorso. Da quel 2-0 subito in terra catalana, protagoniste le stesse squadre, con un’Inter arrendevole e umiliata dal Barça. Aprile, la primavera, hanno trasformato i nerazzurri in un’armata ostica anche per i campioni d’Europa, sconfitti 3-1 nella semifinale d’andata di Champions’ League. È la vittoria del coraggio, percepito fin dall’ingresso in campo. Mourinho intende giocarsela, anche a costo di subire il tanto temuto gol in trasferta. Insiste sul 4-2-3-1, con Eto’o e Pandev molto larghi a protezione delle fasce. Soprattutto al macedone viene chiesto un grande lavoro di copertura su Dani Alves, vero corrispettivo di Maicon in maglia blaugrana. Sneijder chiude su Xavi, Milito “balla” tra i centrali, ma su una palla persa da Lucio la retroguardia si trova scoperta a sinistra, dove l’ex Maxwell confeziona cavalcata e assist per l’accorrente Pedro.
REAZIONE
Sfortuna vuole che Milito prosiegua nel suo digiuno in area di rigore (due le occasioni sprecate), in compenso il lavoro di sponda è ancora valido e Sneijder ha il piede più caldo davanti a Valdes. Le due difese hanno un bel daffare: Ibra fa a sportellate con tutti e Messi trottola fra le linee, dall’altra parte il trio d’attacco scambia spesso le posizioni e per Guardiola il comportamento difensivo dei suoi diventa un rebus. L’Inter spende tanto, toglie l’aria ai palleggiatori ospiti e quando Pandev trova un varco in verticale, la coppia Milito-Maicon confeziona il sorpasso.
TRIONFO
Il tanto criticato Julio Cesar riveste i galloni del campione prima su Messi e poi su Busquets, quando i campioni d’Europa dimostrano di poter colpire anche su calcio piazzato. Il problema del Barcellona è che deve scoprirsi e né Puyol, né Piqué sembrano in serata di grazia, mentre in casa nerazzurra raccolgono i frutti del mercato estivo al 62’: grande intervento sulla trequarti di Motta e rete di Milito sugli sviluppi dell’azione. Guardiola toglie allora un insufficiente Ibra per inserire un difensore (Abidal), mentre Mourinho ha già perso Pandev per infortunio prima del 3-1. Stessa sorte tocca a Maicon e al tecnico portoghese tocca rimandare l’inserimento di Balotelli. C’è da soffrire nel finale e al ritorno Stankovic sarà squalificato, mentre il neo entrato azzurrino litiga di brutto con il pubblico. Piccole note stonate, in uno spartito meraviglioso.
REAZIONE
Sfortuna vuole che Milito prosiegua nel suo digiuno in area di rigore (due le occasioni sprecate), in compenso il lavoro di sponda è ancora valido e Sneijder ha il piede più caldo davanti a Valdes. Le due difese hanno un bel daffare: Ibra fa a sportellate con tutti e Messi trottola fra le linee, dall’altra parte il trio d’attacco scambia spesso le posizioni e per Guardiola il comportamento difensivo dei suoi diventa un rebus. L’Inter spende tanto, toglie l’aria ai palleggiatori ospiti e quando Pandev trova un varco in verticale, la coppia Milito-Maicon confeziona il sorpasso.
TRIONFO
Il tanto criticato Julio Cesar riveste i galloni del campione prima su Messi e poi su Busquets, quando i campioni d’Europa dimostrano di poter colpire anche su calcio piazzato. Il problema del Barcellona è che deve scoprirsi e né Puyol, né Piqué sembrano in serata di grazia, mentre in casa nerazzurra raccolgono i frutti del mercato estivo al 62’: grande intervento sulla trequarti di Motta e rete di Milito sugli sviluppi dell’azione. Guardiola toglie allora un insufficiente Ibra per inserire un difensore (Abidal), mentre Mourinho ha già perso Pandev per infortunio prima del 3-1. Stessa sorte tocca a Maicon e al tecnico portoghese tocca rimandare l’inserimento di Balotelli. C’è da soffrire nel finale e al ritorno Stankovic sarà squalificato, mentre il neo entrato azzurrino litiga di brutto con il pubblico. Piccole note stonate, in uno spartito meraviglioso.
Manette
Cari interisti vi scrivo, così mi distraggo un po'. Facile a dirsi, con 48 ore di attesa per Inter-Chelsea. La immaginavo differente, questa anti-vigilia. A due giorni da una gara di fondamentale importanza, constato infatti con un certo dispiacere che ci si ritrova a parlare di tutto, tranne che degli ottavi di finale di Champions' League. Me ne dispiaccio, perché qui ci si gioca tanto della nostra stagione e fino a poco tempo fa la squadra era davvero in condizioni di poter battere chiunque. Non posso dire lo stesso ora, soprattutto a livello psicologico: Santon a parte, fisicamente ci siamo tutti ed è già una buona notizia, mentalmente la questione andrà verificata in corso d'opera e non è escluso che quanto accaduto sabato sera possa influenzare le sorti della gara di mercoledì.
Premessa lunga, ma necessaria, per arrivare al nocciolo della questione: ci possiamo scherzare su, possiamo divertirci quanto ci pare, ma quanto accaduto non ci giova nella maniera più assoluta. C'è poco da dire, signori, sull'operato di Tagliavento. Le decisioni, anche quelle sulle quali possiamo discutere, sono opinabili ma non campate per aria. Vogliamo dire che il secondo giallo a Cordoba si poteva risparmiare, dato che il colombiano tira indietro la gamba un attimo prima? Diciamolo, ma aggiungiamo che lo fa tardi e che non ci si deve buttare a capofitto sull'avversario mentre si è in dieci e già ammoniti (per essere usciti un'ora prima dalla barriera su una punizione, ovvero il più stupido dei gialli). Aggiungiamo anche il metro diverso di giudizio tra i casi Eto'o e Pozzi, o il fatto che la fiscalità non è stata utilizzata in ugual maniera su altri campi, in ogni caso stiamo sviando dal problema. Il nocciolo, a mio avviso, è che la squadra deve capire quando è il momento di calmarsi e chi sta in panchina ha il dovere di fare lo stesso.
Adoro l'impatto mediatico che Mourinho ha avuto sul nostro calcio e sono convinto che nessuno negli ultimi anni abbia saputo dare alla squadra un volto così simile al proprio modo di intendere il calcio. Non nascondo che sabato sera mi sono esaltato alla grande, vedendo la squadra giocarsela con due elementi in meno e rischiare di portare a casa i tre punti, però al momento ci ritroviamo con quattro squalificati, due dei quali per comportamenti al di fuori del rettangolo di gioco, con un solo centrale di ruolo per Udine e due avversarie in netta rimonta. Siamo i più forti, dobbiamo soltanto dimostrarlo. Con le armi a nostra disposizione non dovrebbe essere difficile, almeno in Italia, ma questo non vuol dire che dobbiamo gareggiare monchi per far capire quanto siamo superiori.
In Europa, poi, tale superiorità non l'abbiamo ancora espressa e saremmo potuti arrivare all'appuntamento senza manette o scenate simili, perché obiettivamente avevamo e abbiamo cose più importanti alle quali pensare e non è poi tanto credibile che uno faccia un gesto del genere guardando l'arbitro per dirgli che "vincerebbe anche con le mai legate". Tutti noi abbiamo pensato ad altro ed è esattamente questo il motivo della squalifica. Dobbiamo calmarci, ragazzi. Calmarci e guardare al resto della stagione con la consapevolezza di poter vincere senza passare per l'avanspettacolo. Quello ce lo possiamo tenere per le conferenze stampa, che ci divertono tanto, senza doverosamente trascinarlo in campo.
Premessa lunga, ma necessaria, per arrivare al nocciolo della questione: ci possiamo scherzare su, possiamo divertirci quanto ci pare, ma quanto accaduto non ci giova nella maniera più assoluta. C'è poco da dire, signori, sull'operato di Tagliavento. Le decisioni, anche quelle sulle quali possiamo discutere, sono opinabili ma non campate per aria. Vogliamo dire che il secondo giallo a Cordoba si poteva risparmiare, dato che il colombiano tira indietro la gamba un attimo prima? Diciamolo, ma aggiungiamo che lo fa tardi e che non ci si deve buttare a capofitto sull'avversario mentre si è in dieci e già ammoniti (per essere usciti un'ora prima dalla barriera su una punizione, ovvero il più stupido dei gialli). Aggiungiamo anche il metro diverso di giudizio tra i casi Eto'o e Pozzi, o il fatto che la fiscalità non è stata utilizzata in ugual maniera su altri campi, in ogni caso stiamo sviando dal problema. Il nocciolo, a mio avviso, è che la squadra deve capire quando è il momento di calmarsi e chi sta in panchina ha il dovere di fare lo stesso.
Adoro l'impatto mediatico che Mourinho ha avuto sul nostro calcio e sono convinto che nessuno negli ultimi anni abbia saputo dare alla squadra un volto così simile al proprio modo di intendere il calcio. Non nascondo che sabato sera mi sono esaltato alla grande, vedendo la squadra giocarsela con due elementi in meno e rischiare di portare a casa i tre punti, però al momento ci ritroviamo con quattro squalificati, due dei quali per comportamenti al di fuori del rettangolo di gioco, con un solo centrale di ruolo per Udine e due avversarie in netta rimonta. Siamo i più forti, dobbiamo soltanto dimostrarlo. Con le armi a nostra disposizione non dovrebbe essere difficile, almeno in Italia, ma questo non vuol dire che dobbiamo gareggiare monchi per far capire quanto siamo superiori.
In Europa, poi, tale superiorità non l'abbiamo ancora espressa e saremmo potuti arrivare all'appuntamento senza manette o scenate simili, perché obiettivamente avevamo e abbiamo cose più importanti alle quali pensare e non è poi tanto credibile che uno faccia un gesto del genere guardando l'arbitro per dirgli che "vincerebbe anche con le mai legate". Tutti noi abbiamo pensato ad altro ed è esattamente questo il motivo della squalifica. Dobbiamo calmarci, ragazzi. Calmarci e guardare al resto della stagione con la consapevolezza di poter vincere senza passare per l'avanspettacolo. Quello ce lo possiamo tenere per le conferenze stampa, che ci divertono tanto, senza doverosamente trascinarlo in campo.
Dans la rue. Quelle femme...
Già il nome incuriosisce. Un connubio alla francese tra un formaggio e un soffio di vento, con una desinenza all'infinito e una pronuncia dalla grazia tipicamente femminea. Si siede al tavolo, con gentilezza, sorride come se il mondo avesse conservato quel briciolo di umanità che si fatica a scorgere. Sogna, la ragazza, ha l'aria di chi può raccontare di angoli persi nel vuoto della memoria geografica, quasi li avesse visti un attimo prima di aprire la porta del locale. E' sicura, viva. Ha la forza di una giovane margherita impigliata tra i capelli, che si regge da sola pur strappata dalla radice. Difende con vigore la sottile differenza tra una ruota e una via. Oltre le Alpi ci tengono a certe cose. Passano ore, timide e ubriache, d'aperitivo e chiacchiere. Si alza in compagnia, con un ragazzo al fianco. Il suo. Non riesco nemmeno a salutarla come si deve. Dommage.
Il derby perfetto
A chi per una settimana ci ha fatto credere che avevamo un campionato. Pie illusioni, ha sentenziato il campo, che quando c'è stato da marcare una linea tra noi e il resto del mondo i veri valori si sono fatti vedere. Per 25' come per i restanti, vissuti in trincea e con il coltello tra i denti. Brutti, sporchi e cattivi, ma con l'astuzia del cobra che morde al momento giusto, tanto che pure in inferiorità numerica sono arrivati un palo, il 2-0 e una clamorosa occasione per Maicon (e dagliela a Mario che faccio tre punti al Fantacalcio...). E poi Mou che aizza la Curva contro le noie del freddo, abituato al calore degli stadi britannici non gli par vero che non ci sia l'inferno ad accompagnare la caduta del Diavolo. Lo scatena e poi chiede cori per chi corre sul rettangolo di gioco, indovina la chiave tattica dalla prima all'ultima mossa, potendo contare su un giovane trentaseienne che ingabbia Ronaldinho nella confusione delle sue danze. La ciliegina la mette Julio, il numero 12, quello che lo speaker può chiamare in causa solo all'inizio, perché Toldo a parte nessuno è riuscito a segnare a San Siro con i guantoni alle mani e anche in quel caso l'ultimo a toccarla era stato Vieri. Quel rigore respinto vale come e più di un gol, con cinque minuti di recupero ancora da giocare. Il popolo ringrazia tre volte, il numero perfetto. Perché questo è il derby perfetto e nel campo di battaglia ogni truppa ha il suo condottiero, pugno alzato al cielo e compagni di ventura che lo assistono trionfanti. Julio Cesar come una Marianne di Delacroix. L'Inter come la classe operaia. In paradiso, con tante scuse a Gian Maria Volontè.
La mia generazione ha perso - Personale riflessione su Craxi e dintorni
Sta accadendo in Italia quello che nemmeno lontanamente hanno pensato di fare in Germania: la santificazione di un capo di Stato con un passato controverso. Helmut Kohl, che pure gonfiò le tasche della Cdu e non le proprie, con rilievi infinitamente minori sul futuro del proprio paese, è stato confinato nell'oblio pagando, lui sì, con una certa durezza gli errori commessi e scusandosi in lacrime davanti agli elettori tutti. Ha potuto farlo perché ha scelto di affrontare la piazza, a Berlino e non ad Hammamet. Non si capisce allora come abbia potuto “pagare con durezza”, quindi in egual misura, colui che al contrario si è sottratto al lavoro giudiziario, scappando al cospetto del carcere.
Avremmo però potuto soprassedere su quanto accaduto e non calpestare una tomba, se solo non si fosse cercato, come avviene tuttora, di rivisitare l'azione politica con l'aiuto dei classici tarallucci e vino. Peggio ancora, il Presidente della Repubblica e il Parlamento hanno voluto ricordare la figura di Craxi ribaltando la prospettiva. La beffa oltre al danno, per chi vent'anni dopo la fine del governo socialista (titolo aberrante per chi di sociale aveva ben poco, avendo spartito la torta in una ristretta élite di malfattori) paga le conseguenze della struttura imposta in quella stagione e perpetrata da alcuni successori. Uno fra tutti, l'attuale premier, che usufruì a piene mani di alcuni provvedimenti 'pro domo sua', come la celebre legge Mammì.
Avremmo ancora tralasciato di guardarci indietro, se non si cercasse di propinarci una via con il suo nome inciso. Come spiegare, infatti, tra una Piazza Gramsci e un Corso Matteotti, per quali meriti si debba percorrere una strada con tale titolo? Mi troverò, futuro padre, a raccontare di come la corruzione diventò un must, un'opzione consolidata nell'Italia anni '80, mentre al mio fianco la prole altrui verrà a conoscenza del perdono postumo al quale stiamo assistendo. Anch'io, allora, racconterò quella storia con una vergogna profonda, per non essere riuscito in quanto rappresentante della mia generazione ad evitare questo scempio.
Nel 2010, da ben tre lustri, a menare le danze c'è la sintesi più riuscita tra il Bettino nazionale e Licio Gelli, ovvero un corruttore-corrotto e colui che teorizzò la devastazione della magistratura per nascondere le sue pecche. Berlusconi non è solo 'utilizzatore finale' delle leggi craxiane, ne é anche un'evoluzione più spinta. Una figura, non dubito, che avrà i suoi riconoscimenti nella toponomastica del 2030.
Avremmo però potuto soprassedere su quanto accaduto e non calpestare una tomba, se solo non si fosse cercato, come avviene tuttora, di rivisitare l'azione politica con l'aiuto dei classici tarallucci e vino. Peggio ancora, il Presidente della Repubblica e il Parlamento hanno voluto ricordare la figura di Craxi ribaltando la prospettiva. La beffa oltre al danno, per chi vent'anni dopo la fine del governo socialista (titolo aberrante per chi di sociale aveva ben poco, avendo spartito la torta in una ristretta élite di malfattori) paga le conseguenze della struttura imposta in quella stagione e perpetrata da alcuni successori. Uno fra tutti, l'attuale premier, che usufruì a piene mani di alcuni provvedimenti 'pro domo sua', come la celebre legge Mammì.
Avremmo ancora tralasciato di guardarci indietro, se non si cercasse di propinarci una via con il suo nome inciso. Come spiegare, infatti, tra una Piazza Gramsci e un Corso Matteotti, per quali meriti si debba percorrere una strada con tale titolo? Mi troverò, futuro padre, a raccontare di come la corruzione diventò un must, un'opzione consolidata nell'Italia anni '80, mentre al mio fianco la prole altrui verrà a conoscenza del perdono postumo al quale stiamo assistendo. Anch'io, allora, racconterò quella storia con una vergogna profonda, per non essere riuscito in quanto rappresentante della mia generazione ad evitare questo scempio.
Nel 2010, da ben tre lustri, a menare le danze c'è la sintesi più riuscita tra il Bettino nazionale e Licio Gelli, ovvero un corruttore-corrotto e colui che teorizzò la devastazione della magistratura per nascondere le sue pecche. Berlusconi non è solo 'utilizzatore finale' delle leggi craxiane, ne é anche un'evoluzione più spinta. Una figura, non dubito, che avrà i suoi riconoscimenti nella toponomastica del 2030.
Il pagellone
CHRISTIAN 6 Pianta una madonna aurticante dentro di sé, quando fallisce da pochi passi l'assist di Valentino dalla destra. Per fortuna non è ventriloquo e quindi non lo sente nessuno.
GABI 6.5 Grazie a lui, anche la Romania può dire di avere (un) Venezia. Sarà contenta l'agenzia del turismo. In compenso non lo sposti nemmeno col carroponte.
JACK 8 A Natale non ha pescato nemmeno l'ambo, dopo le feste coglie la cinquina, seppure da zoppo e ad un anno dall'addio al calcio. Il nuovo Toti, più che il nuovo Totti.
MARTINO 7 Lui stesso commenterebbe la sua prova con il fatidico “se sei inculato”. In assenza di Mihai, ne fa le veci con un paio di giocate di puro culo che gridano vendetta a Dio.
MATTIA 5 Io di calcio scrivo soltanto, come noto. Non è che posso anche saper giocare, sennò non sarei a Ceriano Laghetto. Adesso sono diventato pure procuratore...
PAOLO 7 Contravvenendo al ruolo naturale, offre il meglio di sé lontano dai pali, guidando il tentativo di rimonta. Prova invano la zampata dell'ultimo secondo che avrebbe portato ai supplementari. Da giocare non si sa dove, visto che la campanella era già suonata.
STEFANO 7 Ogni tanto lo guardi giocare e ti verrebbe da dirgli: “Piantala di correre, hai rotto i coglioni!”.
VALENTINO 6.5 Lo Zauli del Salento, ma con più scatto. Da qualche tempo ha aumentato l'autonomia, inizialmente ridotta ai primi 5-10 minuti di partita. Grande cuggì!
VITTORIO 6 In campo è una presenza, nel senso che con la maglietta color Titti è impossibile non notarlo. Esegue un intervento di asportazione del perone ai danni di Stefano, che peraltro riesce comunque a servire l'assist a Paolo.
Giant steps are what you take
La gamba è sciolta. Cammina, cammina sempre. Al passo con le stagioni e con gli anni, giovani e ardenti, si fa spazio in mezzo a chilometri di selva. Ho lasciato che la civiltà restasse in ritardo, avanzando in maniera silente, per non farmi sentire. Detta così sembra una violazione di domicilio e così è, per chi si sente ospite della terra. Con la maiuscola o minuscola, chi arriva dal Sud non fa distinzioni. I frutti, la carne, gli esseri umani fanno parte di un insieme più ampio e di un progetto scritto a monte. Segui le linee guida, ne esci se ne sei capace, deragli quando i binari si rompono. Con l'evolversi della società anche saltare in corsa al mirar dell'ostacolo è diventato un'arte e negli ultimi anni ho avuto spesso la sensazione che lo scarto fosse vicino, che il vagone stesse per catapultare fuori me e i passeggeri tutti, in barba a chi nella parola futuro ha puntato un centesimo. A perdere, perché a vent'anni l'unica chimera è un posto fisso nella stabilità. O nell'oblio...
Ispirazioni
Il nuovo anno è cominciato. Pochi giorni, alcune novità, qualcosa si divincola dalla routine. Più sensazioni che fatti, in verità. E' possibile che la mente stia concependo un fondo di realtà alternativa in ciò che le prime ore del neonato decennio hanno concepito. In grembo al mondo e in faccia a Dio, mi sento padrone di ciò che sono, esattamente come lo ero prima e forse con più consapevolezza. Sono cosciente di poter fare di più, perché sempre si può. I confini esistono solo per chi vuole porli. Ho sempre creduto nell'infinito e figuriamoci se non ci credo quando sto bene. Fintanto che avverto dei brividi di libertà sulla schiena nuda, mentre lo specchio mi assiste, il corpo risponderà a dovere. Lo so io e lo sa chi mi ascolta e legge. Mi piacerebbe soltanto non aver sonno la sera e prolungare così l'attività cerebrale, per capire come va affrontato lo spazio-tempo in ogni suo istante. Esplorare se stessi e il mondo mentre la gente comune non può farlo sarebbe un dono incommensurabile, se si è capaci di raccontare e io so farlo. E' per questo che non mi stanco, che aggredisco lo spazio come Don Chisciotte davanti ai mulini. Con un vaffanculo ogni tanto per aver pestato una merda. Quando il sole tramonta mi dico sempre che al prossimo sorgere sarò davanti alla scrivania, unico posto in cui sento di dover stare. La birra di fianco, le dita veloci, l'occhio che raccoglie a 360° i suggerimenti che diverranno parole. Ogni rumore è un soffio che passa, fin quando il fiato si farà corto e con le labbra si chiuderanno i pensieri.
2010
Duemiladieci, un decennio del nuovo millennio. Niente bug in arrivo, non ci sono cazzate da nuova era, semplicemente c'è da buttare il calendario dell'anno scorso. Farà freddo l'inverno e caldo l'estate, esattamente come accaduto finora, sebbene a leggere l'oroscopo pare che da una sponda o dall'altra si debbano alternare paradisi e catastrofi. La gente continuerà ad alzarsi alle 6 o alle 12 a seconda della classe sociale o del turno di notte e quando la prima serata si chiuderà ci saranno da mandare a letto i bambini. Per chi non ha prole il problema sarà che farsene delle lune calanti o dei soli che scoppiano, in un tempo nel quale pensare all'ignoto può essere solo un diletto, perché nessuno te lo commissiona a pagamento.
In tutto questo can can, io continuerò a scrivere per portare a casa due soldi e quattro sorrisi all'anno, per le restanti risate alzerò il telefono e inviterò chi vorrà prendersi una birra a farlo, abbracciando la giovinezza finché non mi sentirò stanco di spegnere tardi la luce. La gente farà l'amore esattamente come ha fatto finora, diritta, al rovescio, selvaggiamente o con passione, magari cambiando soggetto e sceneggiatura per ritrovare uno spirito di libertà da sessantottini nati tardi.
Il mondo s'impegna, le coppie si nutrono, i corpi si scaldano anche a cavallo tra due decenni, ascoltando musica e guardando partite con le cicche accese, aggrovigliandosi per un passato che fa chic tra il bianco/nero e un giro di basso da urlo. I Pink Floyd non passeranno di moda nemmeno quest'anno e Maradona continuerà a essere considerato un Dio. Tanto, di nuovo, c'è solo l'essere originali.
I movimenti simili del soffuso
Riemprire un croll, dalle mie parti, significa scandire il tempo di una giornata. Buttar dentro i passi delle ore mentre camminano, sintetizzando quel che di significativo accade attorno a noi e scartando il resto. E' come la raccolta differenziata, con alcune controindicazioni in meno di carattere ambientale. Le parole inseguono se stesse in un vortice di cambiamenti continui e quello che si può leggere in questa striscia alla tale ora non sarà più così importante poco dopo.
Dall'altra parte c'è il correre, differente dallo scorrere. Il secondo movimento dà un senso di lentezza maggiore, adatto a fotografare l'identità dell'insieme. Il mondo corre, i pensieri scorrono. Piano, in taluni casi, così da poterli raccogliere e rigettare. Quando corrono, invece, fuggono come gazzelle e neanche la mente più rapida può catturarne il senso. E' come se l'Olanda di Cruijff ti passasse a fianco senza mai fermarsi. Di quella magia faceva parte Ruud Krol, un tulipano "italico", simbolo della velocità.
Anche se tutto ciò pare non avere un senso, con un sottofondo lo ha certamente di più. Ed è per questo che andrò a letto ascoltando Diana Krall. Temptation...
Dall'altra parte c'è il correre, differente dallo scorrere. Il secondo movimento dà un senso di lentezza maggiore, adatto a fotografare l'identità dell'insieme. Il mondo corre, i pensieri scorrono. Piano, in taluni casi, così da poterli raccogliere e rigettare. Quando corrono, invece, fuggono come gazzelle e neanche la mente più rapida può catturarne il senso. E' come se l'Olanda di Cruijff ti passasse a fianco senza mai fermarsi. Di quella magia faceva parte Ruud Krol, un tulipano "italico", simbolo della velocità.
Anche se tutto ciò pare non avere un senso, con un sottofondo lo ha certamente di più. Ed è per questo che andrò a letto ascoltando Diana Krall. Temptation...
Cuscino
Stanotte non sono riuscito a dormire. Mi sono svegliato in quel limbo orario tra la notte inoltrata e il primissimo mattino, nel quale diventa complicato riabbracciare Morfeo una volta usciti dalla sua morsa. Perso nel dormiveglia, ad occhi chiusi, ho cercato un motivo per addolcire il buio, ridargli colore e chiudere in bellezza l'anteprima del dì successivo.
Ho pensato alle donne, ho sorriso e mi sono riaddormentato...
Ho pensato alle donne, ho sorriso e mi sono riaddormentato...
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